FonPhone

Qualche minuto fa si discuteva con Dema del nuovo video messo in rete da Martin Varsavsky, nel quale si decantano le virtù del suo iPhone,FON appena sbloccato dai ragazzi dei labs.fon.com.

Vale la pena dare un’occhiata, così come è istruttivo il relativo post, sempre di Martin, intrigantemente intitolato My iPhone is now a PocketMac.

L’associazione Fon(era) e iPhone rende bene l’idea del malumore che affligge gli utenti più intraprendenti che vorrebbero la Fonera

I can finally turn the iPhone into a product of my choice.

Per dirla con le parole di Varsavsky. Ora, se lui vuole un iPhone che possa diventare qualcosa di utile per lui, perché noi non dovremmo desiderare una Fonera che sia qualcosa di utile per noi? Se sblocca lui, perché non possiamo sbloccare noi?

Le mie osservazioni partono da un mio commento a un post di Dema dello stesso tenore e argomento.

Perché?

Apple e Fon utilizzano più o meno gli stessi argomenti che, non a caso, sono alla base di annose argomentazioni fra chi si dibatte fra sistemi aperti e sistemi chiusi. Dico aperti e chiusi non liberi e chiusi, questo è un altro discorso.

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Congratulations, you are now an official FON beta-tester!

FON
THE WORLD’S LARGEST
WIFI COMMUNITY
www.fon.com

Congratulations!

We are happy to inform you that you have been selected to be
part of our beta testing team.
FON
You may be wondering what sort of benefits will come from
being a beta testing team member. First and foremost is the
acceptance into a selected group of users, which will have
the chance to possess and use our products before anyone
else does, but also to participate actively within FON by
submitting valuable ideas, suggestions, inquiries and
feedback in general.

We will soon send you a “welcome pack” including a
diploma that entitles you as an official FON beta tester, a
beta tester’s t-shirt, the first product to test and
documentation among other things.

THANK YOU for your enthusiasm and welcome to our beta tester
team, and to our support community!!

Best Regards,

The FON Team

Come dire…è come mettere la Banda Bassotti a guardia del tesoro di Paperone

Scherzi a parte, la possibilità di smanettare su FON in anteprima mi fà molto piacere:-)

Grazie Stefano per l’interessamento.

E vissero tutti giornalisti e contenti

Sono un consumatore atipico di BarCamp o forse tipico, chissà. Sta di fatto che allo ZenaCamp ho fatto di tutto, tranne che seguire gli interventi della giornata, passando il tempo a conoscere qualcuno, a parlare con qualcun altro, a gironzolare con altri ancora.

Interventi, tutti evitati tranne uno. Eh, si, mi sono seduto comodamente su una sedia ad ascoltare Stefano Epifani illustrare il progetto BlogLab e gli obiettivi che questo si prefigge.

L’idea è interessante, creare delle figure professionali, comunicatori inseriti nelle realtà aziendali, che sappiano non solo utilizzare gli strumenti messi a disposizione dalla rete ma che, forse, siano coscientemente disposti a sottoscrivere quelle 95 tesi di sapore Luterano che vanno sotto il nome di Cluetrain Manifesto.

Bene, i mercati sono conversazioni e i consumatori non sono soggetti passivi ma interlocutori.

Tutto bene ma. Ma, appunto.

Ascoltare Stefano è stata un’esperienza da compiere a occhi chiusi, dimentichi del padrone di casa, intenti ad ascoltare unicamente le parole pronunciate, lasciando da parte la naturale simpatia per chi si ha di fronte.

Eh, si. Esperienza interessante perché inconsciamente, ne sono certo, Stefano non stava descrivendo la nuova figura del comunicatore aziendale, diciamola così, un po’ semplicisticamente. Quello che ne è venuto fuori è un interessante ritratto delle aspirazioni di non pochi blogger in giro per la rete.

Il professionista deve sapere verificare le fonti, girare per la strada, consumare la suola delle scarpe, fra le pubblicazioni più interessanti vi sono gli urban blog, esempi di citizen journalism, utili, interessanti, creativi, fondamentali per “farsi le ossa” in un ambiente in cui la notizia va cercata attivamente.

Bene, nulla di male. Tranne che questa è la descrizione dei miti fondanti del giornalismo, non della comunicazione.

Bene, ogni fede ha la propria epica, i propri miti. E’ giusto che vi siano e che siano riconosciuti tali, che si propongano come archetipi e proprio per questo siano irraggiungibili ma allo stesso tempo costituiscano una condizione ideale alla quale aspirare. Il tutto, lo ripeto, avendo consapevolmente ben presente che si tratta di miti, di idee guida, di una sorta di dirittura etica da seguire.

Ora, che Stefano sia più o meno inconsciamente legato a questa idea, peraltro nobile, della comunicazione, ci può stare, anzi. Che, poi, nella pratica, persegua un diverso orientamento, ne sono moderatamente fiducioso.

Comunicare, in azienda, non è, a mio avviso, fare giornalismo, tanto meno cronaca. Appiattire la figura di chi all’interno di un ambiente professionale debba coltivare la comunicazione, all’interno di una struttura, verso l’esterno, di prodotto, di evento, di quello che volete voi, appiattire questa ricchezza sull’archetipo del cronista, beh, mi pare davvero riduttivo.

Se nel caso di Epifani, poco mi preoccupo, data la fiducia di cui gli dò credito (e di cui non ha bisogno, né ragione), il problema saltella fuori a pié pari nel momento in cui mi guardo attorno e inizio a osservare quei blogger che, in un modo o nell’altro, aspirano a creare un’opinione, i cui blog non si trastullano di facezie ma contengono elzeviri e libelli in corto che affrontano temi alati, che volano al di sopra delle teste di molti, e quotidiane avventure della “gente” che farebbe meglio a leggere quanto essi scrivono.

Ora, gira e rigira, quello che una volta era un impegno reale dell’attività di una coscienza mediamente illuminata, diventa ora lo strumento per l’appagamento di un desiderio. Il blogger, nasce blogger e desidera morire giornalista. O meglio, desidera spogliarsi del blog per diventare un opinion maker mainstream.

E così abbiamo introdotto un altro di quei termini che costituiscono il mito e l’oggetto del desiderio di alcuni, non tutti, i blogger, ovvero diventare mainstream. Il che, dalle nostre parti, significa accodarsi a qualche giornale o a qualche televisione, meglio se nazionale. Anzi, visto che nella televisione di questi tempi vanno soprattutto tette, culi e occhiali dalle montature improbabili, vale la prima, che una trafiletto in quinta non lo si nega quasi a nessuno.

Ce n’è bisogno? Si e no.

Ogni fede ha bisogno di un mito fondante che ne costituisca un’apertura di legittimità, che dia un senso a ciò che si sta facendo. E che il tema della legittimità attanagli più di un blogger, legato a doppio filo con quello dell’autorevolezza, non è cosa nuova.

Perché scriviamo. E perché dovrebbero stare a leggerci? Perché siamo autorevoli, perché i link al nostro blog pesano, perché le visite contano, perché commentiamo, parliamo, dispensiamo opinioni.

Ma lo facciamo più assiduamente e meglio dei giornalisti, non lo facciamo per denaro, non siamo costretti in una consorteria, non siamo inquadrati e ordinati. Siamo come i giornalisti, ma meglio, con un piede qua e uno là, traendo il meglio di ogni cosa, così competenti da poter dirne di ogni, come un giornalista, così puri da non poter essere adombrati da alcun sospetto.

Questo, almeno, fino a che qualcuno non riuscirà a diventare…mainstream e a prendere ordinatamente il suo tesserino, redivivo Brosio sui marciapiedi della cronaca.

E’ forse la maledizione del mito della stampa, che straripa e dilaga, seducendo e allettando, divorando come Crono i propri figli, la poiesis, la creazione di uno spazio autonomo di legittimità nel quale chi scrive è libero di farlo, creandosi i propri miti, le proprie giustificazioni.

Ed è la creatività, come ricordano alcune anime belle, il fondamento del lavoro inteso come libera espressione dell’animo umano, attività poietica che crea per il piacere di creare, non per un bisogno che risieda al di fuori dell’atto stesso, in un pantheon altro, alieno.

Il lavoro è la libera espressione dell’animo umano, il post un po’ meno.

Backup in rete pratico e veloce con FTP – 1

Impara l’arte e mettila da parte

A volte bisogna prendere alcune decisioni che hanno la pruriginosa caratteristica di essere poco convenzionali.

Un amministratore di sistemi con un po’ di esperienza alle spalle sa che è bene cercare una soluzione pratica a problemi pratici, piuttosto che addentrarsi nell’estetica del sysadmin. Certo, creare soluzioni eleganti è un piacere quanto leggere un codice raffinato e ben indentato, ma spesso i problemi sopraggiungono a spron battuto ed esigono soluzioni immediate, pratiche, efficienti, semplici.

Si, perché il principio del KISS, Keep It Simple Stupid, è un comandamento da mandare a memoria: quanto più una soluzione è complessa, tanto più è prona a inconsistenze e difficile da manutenere nel tempo.

Semplice, semplice ed efficiente.

Quando si hanno diversi clienti, macchine che viaggiano da anni e poco tempo, si deve cercare di razionalizzare, sfrondare i rami non produttivi, ridurre all’essenziale affinché tutto possa essere più facilmente gestibile.

Hai perso i dati? Ok, tira fuori un backup. Be…che?

Uno dei problemi che ci si trova ad affrontare è fa comprendere al proprio cliente l’importanza dell’integrità dei dati nel tempo. Implementare semplicemente una soluzione RAID assicura contro la perdita temporanea delle informazioni, ma non assicura contro la sbadataggine, le dimenticanze, l’incuria, fulmini, peste e cavallette.

A volte ci si accorge che qualcuno ha cancellato “per sbaglio” un file importante. E, magari, sono passati mesi prima che sia stata notata la mancanza questo file, vitale ma poco utilizzato. A volte, semplicemente, qualcuno cancella intere directory “per fare spazio”, saltando quella inutile pratica di controllare *cosa* era contenuto al suo interno. A volte, è un semplice “tirone” sulla linea elettrica a mandare tutto a quel paese, oppure un calo di tensione, in ambienti privi di continuità elettrica.

In ogni caso, se non avete backuppato, sono guai vostri.

Già, perché poi scopri che il sito del cliente, fatto di quattro pagine in croce, ancora in beta non aperto al pubblico, tutto traballante, faceva 1000 iscritti al giorno, generava fantastiliardi, era di importanza capitale e ogni minuto offline costa all’azienda zilioni di talleri.

Ops, ve l’avevo detto di implementare una sana politica di backup.

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CiscoExpo 2007, side experience

andrea-e-lele-cisco-expo-2007.jpg

Incominciamo con il dire che la foto è rubata dal sito di Marco, che ho avuto il piacere di conoscere ieri al CiscoExpo 2007. Andiamo avanti con il notare che la foto ritrae Andrea e Lele, e che per l’occasione ho seguito il talk di Luca, ho incrociato Giuseppe, Toni, Tiziano, cenato con Mafe, Paolo, Vanz, Andrea, Marco e jtheo.Insomma, con mio grande rammarico sono arrivato, tardi, tardissimo, inutilmente fuori orario, giusto nell’ultima ora dell’evento, solo per trovarmi di fronte all’imbarazzante necessità di scegliere fra uno dei vari talk che in contemporanea vedevano protagonisti Luca Conti, Giuseppe Granieri, Paolo Valdemarin e Jeff Israeli.

Che fare? Mah, mi sono seduto accanto a Teo e mi sono ritrovate in una seduta di alfabetizzazione sui blog, durante la quale Luca ha avuto l’animo di mostrare come si crea un post in WordPress e in Movable Type, per poi passare a discutere sull’utilità, per il blogger e per l’azienda, di questo tipo di comunicazione come strumento di brand awareness e come crocevia di discussioni di e sui prodotti, di e sull’azienda.

Il che ci porta direttamente all’apertivo e alla cena, uno degli aspetti che più gradisco in queste occasioni. Ahimé, però, a parte il siparietto divertente durante l’aperitivo all’Officina 12, durante il quale mister 2spaghi è stato inondato, stile cateratte divine, da un vassoio di aperitivi, il genere di locali in cui ci si infila è sempre troppo rumoroso per i miei gusti. Come sempre, avrei preferito ascoltare. Lele su di giri, Teo perennemente a prenderlo per i fondelli, Andrea che non sopporta il mio ultimo libro nemmeno come lettura da bagno, Marco che discetta di traduzioni cinematografiche, Paolo in perenne aplomb triestino, Mafe e Vanz troppo lontani perché al terzo bicchiere di sostanza alcolica possa anche solo provare a star loro dietro.

Occhio. Per tutti ho usato i nomi di battesimo, anche se alcuni li conosco solo “di striscio”.

Perché? Perché di questi eventi apprezzo prima di tutto le persone e ciò che hanno da dire sopra un palco e, soprattutto, scesi dalla ribalta, quando i discorsi iniziano a intrecciarsi e le parole a mescolarsi.

Purtroppo da questi eventi rimango sempre un po’ deluso. Non per la loro qualità, che siano Expo o Barcamp, ma per l’impossibilità di seguire tutto ciò che mi interessa, di occupare il mio tempo con ciò che in qualche modo stimola più di un interrogativo.

E poi, mi trattano da bidonaro.

“Il” Beggi mi ha detto…”vieni allo Zenacamp“. Il punto interrogativo proprio non l’ho sentito, obbedisco. Ho solo chiesto un po’ di focaccia come contropartita.

“Il” Teo mi ha detto…”ma tu ci sei al Piolacamp“? Si, si, vengo. Mmm…mi sa che non mi crede…ma ci sarò.

Ah, e poi non dite che il sottoscritto non contribuisce ai link della blogosfera.